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IL
GIORNALISTA
È
difficile per chi ha condiviso una solida amicizia con Pinuccio Tatarella,
scindere il carattere del tratto umano da quello del politico. Anche perché,
diciamolo chiaramente: "la passione che mise in politica e nel giornalismo"
- e che poi ha suggerito il titolo di questa commemorazione - saldava
in un tutt'uno umanità del personaggio e scelta politica, forza
e ideali, morale e tattica. Non vi sarebbe stata una peculiarità
di Pinuccio senza questa duplicità, senza quel connotare sempre
umanamente l'agire politico.
Ed è per questo che trovo essenziale dar spazio ad alcuni ricordi.
Ho conosciuto Pinuccio Tatarella quando avevo 17 anni, da poco avevo conseguito
la maturità classica e per quelle strane attrazioni che prendono
gli adolescenti mi era venuta la passione per la figura e l'opera di Giuseppe
Prezzolini, l'indimenticato animatore de "La Voce" e figura
centrale della cultura italiana del primo Novecento.
Ebbene, Tatarella, già parlamentare, animava a quel tempo proprio
un "Centro Studi su Giuseppe Prezzolini", testimonianza di un
impegno politico che andrà sempre a braccetto con la curiosità
culturale. E così nacque un'amicizia destinata ad accrescersi e
durare negli anni.
Il binomio cultura e politica, insieme a quello umano, è il tratto
che ho più apprezzato. Sostanziato nei giornali, nei convegni che
promosse. In ultimo volle a Bari un convegno internazionale di Studi su
Giovambattista Vico, forse il più grande filosofo della nostra
tradizione. Ne progettava uno sulla figura di Augusto Del Noce. E portò
a Bari le scuole estive dell'Istituto Italiano per gli studi filosofici.
Un pomeriggio, a Napoli, durante le settimane che precedettero il ritorno
del "Roma" nelle edicole trascorremmo alcune ore a parlare di
Benedetto Croce. "Dobbiamo trovare il modo -disse Pinuccio- di riconciliare
questo grande filosofo liberale con la destra democratica, a cui a suo
modo va ascritto".
E con quella curiosità che è propria dei grandi intellettuali
è sempre stato consapevole che la vera cultura non ha barriere.
Aveva, naturalmente, saldi principi e valori di riferimento. Ma volle
visitare quel tempio della "cultura illuministica" che è
l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici. Lo presentai all'avvocato
Gerardo Marotta che Tatarella poi invitò a Bari per una conferenza
su Murat. Sulle pagine culturali del "Roma" mi chiese di promuovere
un dibattito sui contenuti del pensiero di Gramsci.
Qualcuno può pensare che la direzione del "Roma", da
lui assunta con il ritorno della testata nelle edicole, fosse un dato
formale. Invece, era un impegno reale, sostanziale, vissuto di ora in
ora nella lavorazione del quotidiano. Fatto di decine di telefonate, di
fax inviati in redazione, di spunti, di suggerimenti. E anche di discussioni
accese, quando era il caso.
Il giornalismo fu assieme alla politica l'altra sua grande passione, in
cui metteva una passione longanesiana per il prodotto, i suoi odori, le
foto, le didascalie. Amava come i bravi giornalisti il dettaglio, la ricerca
costante della curiosità e della sfumatura. Ricordo una sera un'accesa
discussione fra me e lui sull'uso dei grisè grigi che a lui piacevano
tanto a me meno.
Sul ritorno del "Roma" nelle edicole devo dire alcune cose.
Tatarella, che avrebbe potuto fare un altro giornale o rilevare altre
testate disponibili sul mercato volle il "Roma" e lo volle come
una precisa missione.
Il giornale che si stampa dal 1862 a Napoli , porta questo nome perché
fondato da garibaldini e mazziniani che intendevano lanciare l'ultima
sfida risorgimentale per "Roma capitale d'Italia". Non è
retorica ma sono le sue parole che ricordo benissimo: "Facciamo bene,
perché la storia di questo giornale fa tremare i polsi". Il
"Roma" di Francesco De Sanctis, Luigi Pirandello, Francesco
Mastriani, Leo Longanesi, Alberto Giovannini, Panfilo Gentile. Il Roma
che ha avuto direttori che poi hanno diretto la Stampa e il Resto del
Carlino.
Ricordo la sua gioia quando ritrovammo una foto di Pirandello affacciato
al balcone del "Roma".
Anche nei momenti in cui l'impegno politico lo teneva inchiodato a importanti
responsabilità, non faceva mai mancare il suo fax, la sua telefonata,
magari per chiedere un'articolo sul festival del cinema di Venezia.
Nel suo primo editoriale scrisse: "Faremo un giornale di parte ma
non fazioso". E così fu. Lo stimolo puntuale a cercare collaboratori
che "la pensassero diversamente" ad ampliare la partecipazione
ai dibattiti che di volta in volta lanciavamo. L'impegno a distinguere
-come nel grande giornalismo anglosassone- fra notizia e commento.
Nelle redazioni telematiche, dominate dal ritmo frenetico e da Internet,
Pinuccio è stato il sapore di un giornalismo nobile e antico. E
così, nella quotidiana frenesia redazionale, ci troviamo qualche
volta a comporre il numero del suo cellulare, per chiedergli un parere,
come se non fosse mai scomparso.
Gennaro Sangiuliano
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